NotizieMacroPerché i ponti modernisti non sono brutti? Una teoria da Marginal Revolution

Perché i ponti modernisti non sono brutti? Una teoria da Marginal Revolution

Autore: Marginal Revolution·

Punti chiave

  • •L'opinione pubblica critica in generale l'architettura moderna ma risparmia di norma i ponti moderni, anche se i ponti sono infrastrutture di grande rilievo, costose e molto visibili.
  • •Le classifiche popolari dei ponti più belli del mondo affiancano opere storiche come il ponte di Brooklyn (1883) e il Tower Bridge (1894) a ponti moderni come il ponte Kubitschek di Brasília (2002) e il ponte Rio-Antirrio in Grecia (2004).
  • •La teoria dell'autore è che i progettisti di ponti provengano dalle scuole di ingegneria anziché da quelle di architettura, anche se forme strutturali come catenarie, archi e cavi in trazione potrebbero risultare naturalmente gradite alle persone.
  • •L'articolo cita come prova a sostegno della propria teoria il fatto che Wallpaper, una rivista di architettura, abbia selezionato per lo più ponti poco gradevoli, senza alcuna sovrapposizione con i preferiti del pubblico.
  • •La constatazione che i ponti moderni siano spesso belli è coerente con la tesi di Samuel Hughes secondo cui la bruttezza nel design è una scelta deliberata anziché un vincolo.
Perché i ponti modernisti non sono brutti? Una teoria da Marginal Revolution

Il pubblico in generale non ama l'architettura moderna, ma, in linea di massima, non detesta i ponti moderni, osserva Marginal Revolution. Questo contrasto è significativo perché i ponti restano infrastrutture pubbliche di grande rilievo: sono visibili, costosi e spesso pensati per essere notati, eppure non sembrano portare lo stesso peso reputazionale che grava su molti edifici del dopoguerra. Le classifiche dei ponti più sorprendenti, più spettacolari e più belli del mondo affiancano abitualmente a classici come il Tower Bridge di Londra, aperto nel 1894, il ponte di Brooklyn, completato nel 1883, e la Rakotzbrücke in Germania, strutture spiccatamente moderne: il ponte Kubitschek a Brasília, inaugurato nel 2002; il ponte strallato Rio-Antirrio, che attraversa il golfo di Corinto in Grecia ed è stato aperto nel 2004; e il «ponte» di Mosè, un attraversamento pedonale semisommerso nei Paesi Bassi.

Che questi ponti piacciano o meno, scrive l'autore, la letteratura non offre alcun argomento secondo cui i ponti moderni siano tutti brutti, o secondo cui la costruzione moderna di ponti abbia fallito o sia rimasta indietro rispetto ai grandi ponti del passato — in netto contrasto con la critica ben consolidata rivolta all'architettura moderna in generale. In altre parole, la tesi non è che ogni ponte moderno sia ammirato, ma che la progettazione dei ponti non sia diventata un sinonimo culturale diffuso di declino, come invece è accaduto alla progettazione moderna degli edifici.

Perché accade questo? La teoria dell'autore è che i progettisti di ponti provengano dalle scuole di ingegneria anziché dalle scuole di architettura. È possibile, naturalmente, che qualcosa nella natura dei ponti poti lo spazio progettuale in modo da favorire la bellezza — forse alle persone piacciono le catenarie, gli archi e i cavi in trazione, e la bellezza è semplicemente un sottoprodotto dell'ingegneria. Questo contribuirebbe a spiegare perché certe forme ricorrano attraverso le epoche e perché i ponti più recenti possano ancora apparire in continuità con quelli più antichi, anche quando materiali e metodi costruttivi sono diversi.

Resta comunque possibile costruire ponti brutti, quindi la bellezza non può essere ridotta a un vincolo ingegneristico. Un piccolo ma significativo indizio a favore della teoria dell'autore, argomenta l'articolo, è che la maggior parte dei ponti scelti dalla rivista Wallpaper, una rivista di architettura in particolare, sono in effetti brutti — e senza alcuna sovrapposizione con i ponti belli «popolari» della prima categoria. L'articolo presenta alcuni esempi e invita i lettori a giudicare da soli.

Il fatto che i ponti moderni siano spesso belli, soprattutto quando provengono da ingegneri, è coerente con la tesi di Samuel Hughes secondo cui il brutto è stato una scelta, non un vincolo.