Un stratega repubblicano descrive la "sindrome di Stoccolma" che lega i legislatori del GOP a Trump in vista delle elezioni di medio termine
Punti chiave
- •I repubblicani hanno maggioranze risicate sia alla Camera sia al Senato, quindi piccoli spostamenti elettorali nel 2026 potrebbero consegnare il controllo ai democratici.
- •Secondo il reportage di Puck, i legislatori del GOP affrontano un rischio elettorale immediato maggiore da sfidanti alle primarie sostenuti da Trump che non dagli avversari nelle elezioni generali.
- •A differenza di presidenti precedenti come George W. Bush e Barack Obama, che consentivano ai candidati di prendere le distanze, Trump pretende lealtà assoluta e punisce la percepita disobbedienza.
- •Uno stratega repubblicano ha detto a Puck che gli unici membri del partito disposti a sfidare Trump sono quelli che non cercano la rielezione o quelli già sconfitti alle primarie.
- •I repubblicani dei collegi in bilico, tra cui i deputati Brian Fitzpatrick e Tom Barrett, hanno cercato di prendere una distanza limitata da Trump ma continuano a comparire ai suoi eventi di campagna, a dimostrazione della difficoltà di una vera rottura.

I repubblicani al Congresso si trovano in una situazione in cui "non hanno scelta" se non allinearsi con il presidente Donald Trump, anche se ciò rischia di compromettere le loro prospettive nelle imminenti elezioni di medio termine. Questa valutazione proviene da un nuovo articolo di Puck pubblicato mercoledì, in cui uno stratega repubblicano ha descritto quello che la testata ha definito una "sindrome di Stoccolma" che mantiene i legislatori del GOP legati al presidente.
La posta in gioco è elevata: i repubblicani detengono maggioranze risicate sia alla Camera sia al Senato, il che significa che anche piccoli spostamenti in una delle due camere potrebbero far passare il controllo ai democratici nel 2026. Tuttavia, per molti singoli legislatori repubblicani, la minaccia elettorale più immediata spesso non arriva da un avversario nelle elezioni generali, bensì da uno sfidante alle primarie sostenuto da un presidente deciso a vendicarsi.
La reporter di Puck Leigh Ann Caldwell scrive che, storicamente, i presidenti impopolari hanno concesso ai candidati nelle schede elettorali inferiori margini per prendere le distanze quando ciò favoriva le loro possibilità elettorali. "George W. Bush incoraggiò i repubblicani a mettere in evidenza le loro differenze durante le difficili campagne del 2006 e del 2008, mentre Barack Obama evitò strategicamente di fare campagna per alcuni candidati", osserva Caldwell. Lo stratega democratico veterano David Axelrod ha ribadito quello schema, affermando: "Mentre i nostri numeri erano migliori di quelli di Trump oggi, sapevamo qual era la nostra situazione e cercavamo di rispettare gli interessi immediati dei candidati nei luoghi in cui forse non saremmo stati utili."
Sotto Trump, però, quel calcolo è cambiato. Caldwell riferisce che "l’indipendenza non è un’opzione quando il leader del tuo partito accetta nulla di meno di una fedeltà assoluta e possiede una capacità apparentemente infinita di risentimento personale". Anche una frase percepita come ostile al presidente può far ritirare un endorsement o innescare un ciclo di notizie negativo. Un endorsement di Trump si è rivelato decisivo in numerose primarie repubblicane, in cui l’affluenza tende a concentrarsi sugli elettori più fedeli al partito — una dinamica che amplifica il costo di qualsiasi rottura con il presidente. I candidati del GOP tengono inoltre presente il presunto tesoretto da 400 milioni di dollari del super PAC di Trump, sperando che una parte di quei fondi sostenga le loro campagne, pur sapendo che contraddire il presidente potrebbe lasciarli isolati.
"Non vuole che vincano senza di lui", ha spiegato uno stratega repubblicano a Caldwell. La fonte ha descritto la dinamica in termini netti, facendo riferimento a quella che Caldwell ha definito la "sindrome di Stoccolma che ha preso il partito". Lo stratega ha aggiunto: "Non hanno scelta. Una volta che accetti di non avere scelta, prendi le decisioni di conseguenza."
Secondo Caldwell, gli unici repubblicani che hanno dimostrato disponibilità a sfidare Trump sono quelli che non cercano la rielezione o quelli già sconfitti nelle primarie. Tra gli esempi cita i senatori John Cornyn (R-TX), Thom Tillis (R-NC), Bill Cassidy (R-LA) e il deputato Thomas Massie (R-KY). Alcuni legislatori di collegi in bilico, tra cui i deputati Brian Fitzpatrick e Tom Barrett, hanno cercato di prendere una certa distanza dal presidente. Caldwell osserva però che Barrett — che ha votato tre volte per limitare i poteri di guerra di Trump riguardo all’Iran — ha comunque partecipato la scorsa settimana a un comizio con il presidente, sottolineando quella che descrive come la difficoltà per i candidati di prendere davvero le distanze da Trump.