Recensione di Trainspotting the Musical: un brutto viaggio nei ricordi
Punti chiave
- •La produzione è stata creata da Irvine Welsh ed è recensita al Theatre Royal Haymarket.
- •Il recensore afferma che il musical imita da vicino il film del 1996 di Danny Boyle attraverso scene ripetute, costumi e manierismi dei personaggi.
- •Diversi momenti familiari, tra cui la scena del letto di Spud e la sequenza del colloquio di lavoro, vengono descritti come privi di contesto narrativo sul palco.
- •La colonna sonora viene presentata come in gran parte basata sul formato jukebox, con brani come “Lust for Life,” “Perfect Day,” “Atomic,” “Drop Dead Gorgeous” e “Mad World.”
- •La recensione segnala alcune deviazioni originali, tra cui un viaggio a Blackpool e una sottotrama sul fratello di Renton in Northern Ireland, ma sostiene che non bastino a superare le debolezze della produzione.

Trainspotting the Musical | Theatre Royal Haymarket | ★☆☆☆☆
Avevo 13 anni quando uscì l’adattamento di Trainspotting diretto da Danny Boyle, e non avevo mai visto nulla di simile. Divenne uno dei testi fondamentali della mia adolescenza. Due decenni dopo, ho apprezzato la scarica concentrata di nostalgia offerta dal sequel del 2017. Ho letto anche i libri: non solo l’originale, un classico assoluto, ma anche i vari seguiti e spin-off, persino quando la qualità è diventata sempre più discontinua. Il pub in cui Begbie lanciava un bicchiere da pinta oltre la balconata, The Crosslands a Glasgow, era un tempo il mio locale. Ho persino intervistato Irvine Welsh durante una cena a base di bistecca.
Tutto questo per dire che Trainspotting the Musical avrebbe dovuto sembrare fatto su misura per me, soprattutto perché è stato creato dallo stesso Welsh. Se lo detesto con tanta intensità — e lo detesto parecchio — è difficile capire che cosa dovrebbero pensarne tutti gli altri.
Trainspotting the Musical è soggiogato da Danny Boyle
I segnali d’allarme arrivano quasi subito. Se si include il preambolo “Choose turning off your mobile phone, choose being in the moment”, il celebre monologo Choose Life viene snocciolato tre volte nei primi cinque minuti. Questo stabilisce il tono di una produzione interamente vincolata al film del 1996 di Danny Boyle. I personaggi si vestono allo stesso modo, adottano gli stessi manierismi e ricreano le stesse scene, a volte con minuzia esasperata e altre in modo così sbrigativo da sembrare un esercizio di spunta delle caselle.
Questa dipendenza conta perché Trainspotting ha già avuto diverse vite: prima come narrativa di Welsh, poi come film le cui immagini, interpretazioni e colonna sonora sono entrate nella cultura pop britannica degli anni 1990. Una versione teatrale deve decidere se reinventare quel materiale o limitarsi a invitare il pubblico a riconoscerlo. Questa produzione sceglie troppo spesso il riconoscimento.
Si consideri la celebre scena in cui “Spud shits the bed”. Qui viene privata del contesto. Spud è improvvisamente nudo, con in braccio un mucchio di lenzuola sporche. La biancheria gli viene strappata da una donna che il pubblico non ha mai incontrato. Il disastro viene rivelato. E poi la scena finisce. Per chi non ha visto il film, questa breve vignetta, separata da qualsiasi narrazione più ampia, avrebbe poco senso. Per chi invece l’ha visto, l’effetto è semplicemente: ve la ricordate? Era divertente, no? Lo stesso schema si ripete con la scena del colloquio di lavoro in cui Spud prende speed, le supposte di oppiacei e altri momenti familiari.
Tra queste repliche esili si colloca quello che è, in sostanza, un jukebox musical. I personaggi cantano su Lust for Life, Perfect Day e Atomic. Vengono inseriti alcuni numeri aggiuntivi, ma sono presi in prestito da altri film di successo degli anni 1990 e 2000: Drop Dead Gorgeous dei Republica, usata in Scream, e una resa tutto sommato valida della cover di Mad World di Gary Jules, usata in Donnie Darko. La manciata di canzoni originali è, letteralmente, dimenticabile: non riesco a ricordarne nessuna.
Non si può mai tornare indietro
Il cast lavora con impegno sul materiale, ma chi potrebbe eguagliare il carisma di Ewan McGregor, Jonny Lee Miller, Ewen Bremner e Robert Carlyle? Non questo ensemble.
La produzione a tratti sembra vicina a sfuggire ai suoi peggiori istinti quando si allontana dal film. Un viaggio in auto a Blackpool e una sottotrama sul fratello di Renton, un soldato di stanza in Northern Ireland, suggeriscono almeno un certo grado di ambizione. Anche lì, però, lo spettacolo indulge spesso in un commento sociale che prende qualsiasi sottotesto e lo trasforma in testo: sottolineato, in grassetto e in corsivo.
È un peccato, perché non c’è alcun motivo evidente per cui Trainspotting non possa funzionare come musical. Il musical American Psycho, per esempio, combinava scene familiari con vignette surreali, incluso un numero in cui borse firmate a grandezza umana sfilano sul palco. È assurdo e brillante. Trainspotting the Musical non ha una visione paragonabile e non mostra una vera aspirazione oltre al completare una cartella da bingo di scene che fecero sorridere il pubblico nel 1996.