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SmartSea: Vedat afferma che le flotte devono essere gestite come reti operative intelligenti

Autore: Splash247·

Punti chiave

  • Vedat afferma che lo shipping probabilmente operativizza meno del 20% dei dati disponibili delle navi, gran parte dei quali resta in sistemi separati o viene usata solo per reporting retrospettivo.
  • Sostiene che la prossima fase della digitalizzazione dovrebbe concentrarsi su qualità dei dati, integrazione e distribuzione, invece che su altri sensori o sulla piena autonomia delle navi.
  • Vedat prevede che nei prossimi cinque anni emergeranno “autonomous decision ecosystems” che collegheranno navi, team di terra e infrastrutture marittime, con l’AI dipendente da dati operativi armonizzati e in tempo reale.
  • Dice che lo shipping potrà scalare le soluzioni digitali solo adottando architetture comuni, interfacce standard e modelli di implementazione replicabili su intere flotte.
  • Vedat sostiene che gli investimenti digitali debbano essere legati a risultati misurabili come efficienza, sicurezza, disponibilità ed emissioni, e che la data literacy diventerà una competenza core per chi naviga entro il 2035.
SmartSea: Vedat afferma che le flotte devono essere gestite come reti operative intelligenti

L’amministratore delegato di SmartSea, Kris Vedat, afferma che il futuro digitale dello shipping dipende meno dall’aggiunta di nuovi sensori che dallo smantellamento dei silos di dati e dalla gestione delle flotte come reti operative connesse.

Vedat sostiene che l’idea di trattare ogni nave come un ambiente operativo isolato sta diventando obsoleta. Con le navi sempre più collegate ai team di terra, ai porti, ai fornitori e ai centri di performance, dice che il settore dovrebbe smettere di ragionare nave per nave e invece gestire le flotte come reti operative integrate.

“The future fleet should be treated as one intelligent operational network, allowing expertise, information and lessons learned to be distributed consistently while preserving the authority and judgement of those onboard,” he tells Maritime CEO.

Vedat afferma che questo cambiamento è al centro di ciò che la digitalizzazione nello shipping dovrebbe raggiungere in ultima analisi. Pur funzionando sempre più come nodi all’interno di una rete più ampia, dice che il settore continua a non sfruttare pienamente il valore dei dati generati da queste navi.

L’industria deve evitare di sostituire la frammentazione con la dipendenza

Vedat stima che lo shipping probabilmente operativizzi meno del 20% dei dati disponibili delle navi.

“Much of that information remains trapped in separate systems or is used retrospectively for reporting rather than real-time decisions,” he says.

A suo avviso, la prossima frontiera digitale non è un’altra ondata di sensori, ma una migliore qualità dei dati, integrazione e distribuzione, così che le informazioni esistenti diventino un vantaggio operativo continuo.

Vedat ritiene inoltre che lo shipping stia sopravvalutando l’impatto a breve termine delle navi pienamente autonome, sottovalutando invece l’infrastruttura necessaria per far lavorare insieme tecnologie diverse.

Dice che gli strati meno visibili della tecnologia marittima — data orchestration, interoperability and secure ship-to-shore information exchange — potrebbero rivelarsi molto più importanti delle applicazioni più visibili costruite sopra di essi.

“The long-term winners may not have the most sophisticated algorithms, but the strongest ability to make maritime data accessible, interoperable and operationally useful,” he says.

Nei prossimi cinque anni, Vedat si aspetta l’emergere di quelli che definisce “autonomous decision ecosystems”, collegando navi, team di terra e infrastrutture marittime. Dice che l’AI avrà un ruolo centrale, ma solo se alimentata da dati operativi armonizzati e in tempo reale.

“The real advance,” he maintains, “will not be automating individual tasks, but enabling fleets to make faster, better and increasingly coordinated decisions as a connected operational network.”

Secondo Vedat, il principale ostacolo alla scalabilità della tecnologia marittima è la frammentazione strutturale, non la tecnologia o i costi. L’IT di bordo, la tecnologia operativa e la connettività si sono evoluti separatamente, spesso attraverso più generazioni di apparecchiature e fornitori, lasciando che troppi progetti digitali si trasformino ancora in esercizi di integrazione su misura.

“Digital solutions will only scale when the industry adopts common architectures, standard interfaces and repeatable deployment models across entire fleets,” he says.

Se potesse imporre un solo standard nello shipping, Vedat dice che sarebbe un quadro universale per i dati marittimi e l’interoperabilità. Sottolinea che un tale quadro non dovrebbe imporre un singolo fornitore tecnologico. Piuttosto, dovrebbe consentire ai sistemi concorrenti di comunicare tramite interfacce aperte, riducendo i costi di integrazione e limitando il lock-in proprietario.

Sostiene che questo potrebbe contribuire a creare una vera maritime platform economy, in cui nuove applicazioni possano essere integrate nell’infrastruttura esistente invece di costringere gli armatori a ricostruire ogni volta il proprio stack tecnologico.

Il rischio, dice, è che la concentrazione tra i fornitori tecnologici si limiti a sostituire un problema con un altro.

“Consolidation should be welcomed where it improves interoperability, but resisted where it restricts data portability or customer choice,” Vedat says. “The industry must avoid replacing fragmentation with dependency.”

Vedat afferma anche che lo shipping deve ripensare il modo in cui vengono finanziati i progetti digitali. Il capitale esiste, sostiene, ma la fiducia resta più debole dove i risultati dei progetti sono difficili da misurare e la responsabilità è distribuita tra armatori, operatori e fornitori. Modelli commerciali basati su rischio condiviso e outcome-based potrebbero aiutare a sbloccare gli investimenti.

“Customers need to buy defined results rather than carry all the risk of implementation,” he says.

Ciò significa legare gli investimenti digitali a miglioramenti misurabili in efficienza, disponibilità, sicurezza o emissioni, invece di acquistare semplicemente un altro sistema. In un settore in cui le flotte operano spesso su rotte, tipologie di nave e ambienti di fornitura diversi, l’attenzione di Vedat è rendere la spesa digitale più replicabile e più facile da scalare da una nave o da una business unit alla successiva.

Vedat esprime un’argomentazione simile quando parla di ritorno sull’investimento. Il risparmio di carburante resta una metrica evidente, ma dice che il ROI digitale dovrebbe includere anche resilienza, efficacia dell’equipaggio, sicurezza, compliance, manutenzione, durata degli asset e agilità organizzativa.

“Better information can prevent failures, reduce downtime and make scarce expertise available across a fleet,” he points out.

Per quanto riguarda in modo specifico la riduzione delle emissioni, Vedat vede alcuni dei ritorni immediati più forti nelle piattaforme di decision-optimisation che coprono routing, speed, trim, machinery configuration e arrival planning. Dice che nuovi combustibili e hardware saranno alla fine essenziali, ma l’intelligenza operativa può generare risparmi su navi già in attività oggi.

Questo ambiente sempre più digitale cambierà anche le competenze richieste in mare. Entro il 2035, Vedat si aspetta che la data literacy affianchi la competenza marittima tradizionale come abilità fondamentale per chi naviga. Gli equipaggi dovranno interpretare le raccomandazioni digitali, comprendere gli output automatizzati e, aspetto cruciale, sapere quando il giudizio umano debba prevalere sulla macchina.

“The objective is not to turn seafarers into data scientists,” he says, “but to help them operate confidently where maritime experience and machine intelligence meet.”

Questo equilibrio tra tecnologia e conoscenza marittima influenza anche la visione di Vedat sul rischio fornitori. Man mano che le piattaforme digitali diventano più profondamente integrate nelle operazioni quotidiane, gli armatori devono valutare non solo le prestazioni tecniche ma anche la competenza marittima, l’interoperabilità, la portabilità dei dati e le condizioni di uscita.

“The greatest risk lies in relying on data and connectivity platforms controlled by vendors that lack a deep understanding of maritime operations,” he concludes.